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Tre domande sul referendum

giugno 7, 2006

Citato da: http://www.corriere.it/solferino/severgnini/06-06-07/01.spm

Caro Severgnini,
il 25 giugno ci sarà il referendum sul federalismo. E' mia convinzione che purtroppo (e con ciò chiarisco subito la mia posizione) vincerà il «no» per le seguenti ragioni.
1) Il popolo di centrosinistra voterà compatto per il no seguendo le indicazioni dei suoi leader
2) L'80% del sud voterà per il no perché, nonostante i buoni propositi del centrodestra, continuerà a vedere questa riforma come frutto di un antipatico separatismo leghista.
Già i punti 1 e 2 da soli basterebbero a dare una netta vittoria al no. Aggiungo che probabilmente ci sarà anche un po' di astensionismo. Secondo me il tipico cittadino di centrosinistra è – così per dire – più «sensibile» a questo tipo di eventi. Ragion per cui l'astensionismo sarà molto più marcato a destra, cosa che farà pendere la bilancia ancor più a favore del no.
Una considerazione sulle liste estere: solo Tremaglia non sa che all'estero praticamente tutte le associazioni organizzate di italiani fanno capo a movimenti di centrosinistra. Sono queste che riescono a esercitare la giusta pressione perché l'italiano all'estero sia spinto a votare. Naturale quindi che i voti degli italiani all'estero andranno principalmente al centrosinistra. Ora quindi tre domande per lei:
A) Cosa pensa di tutto ciò?
B) Il Corriere, come fece alle ultime elezioni, si schiererà da una parte?
C) Perché in Italia è così difficile pensare a riforme che in molti altri Paesi europei sono assolutamente normali?

Giovanni Greco

Salve Mr Greco. Provo a rispondere.

A) Penso che voteranno in pochi (ma posso sbagliarmi); all'estero, ancora meno (e non saranno determinanti, stavolta). Non c'è solo stanchezza elettorale, già vista in occasione delle amministrative. C'è anche il fastidio di sapere che il risultato verrà utilizzato per immediati fini politici (un altro errore, Mister B.!); c'è il ricordo di una sciatta e frettolosa riforma voluta dal centrosinistra nel 2001; c'è soprattutto la difficoltà a capire argomenti complessi, spiegati male (anche dai giornali) e soffocati dalle polemiche. Molte scuole hanno rinunciato all'educazione civica, e anche questo non aiuta. Io stesso – ho studiato dirittto costituzionale, e faccio il giornalista da 25 anni – ho difficoltà a raccapezzarmi. Al momento propendo per il «no» per questi motivi:
1) La «devolution» (sic) italiana diventa feudalesimo: vedi cosa sta accadendo in alcune regioni del sud. Abbiamo bisogno di un onesto ed efficiente governo centrale, non di incontrollabili potentati locali
2) Sartori, di cui in queste materie mi fido, è contrario, e così la grande maggioranza dei costituzionalisti. Tutti di sinistra? Non credo
3) Non ho fiducia nella competenza e dei propositi di chi vuole il cambiamento (la Lega, per essere chiari). L'idea che Castelli e Borghezio possano essere considerati «padri della patria» mi angoscia.

B) Non credo che il "Corriere" si schiererà; immagino che cercherà di dare informazioni e commenti, in modo che ognuno possa decidere (Sartori e Panebianco hanno già espresso opinioni opposte). Lunedì ho visto Paolo Mieli a un incontro «Aspen» (dove ho spiegato con orgoglio cos'è «Italians»!), ma non gli ho chiesto cosa intende fare.

C) Cambiare una Costituzione quasi sessantenne, che ha dimostrato di funzionare, non è una cosa «assolutamente normale», Giovanni. E' un grosso passo, che noi stavamo per compiere in modo pasticciato, per le ubbie di una piccola parte politica. Dico «stavamo» perché non credo avverrà: in questo, siamo d'accordo.

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